Potrei definirmi “uno Psicologo ai tempi del Coronavirus”.

Sono una Psicoterapeuta di Padova.

La città dei “senza”: il Santo senza nome, il caffè senza porte e il prato senza erba.

Sono stata sfornata con lode più di 15 anni fa dalla più vecchia Università di Psicologia d’Italia.

Padova oggi conosciuta come primo focolaio veneto del COVID-19.

Mi sono presa qualche settimana di silenzio sul tema perché sono convinta che in certe situazioni sia più utile scegliere con cura le parole da non dire.
Ma oggi, 10 Marzo 2020, tutta l’Italia è unita sotto le stesse regole ed io vi racconto come ho vissuto la situazione e ciò che ho deciso di fare.

Primi casi di contagio a Vo’ Euganeo, in una splendida zona dei Colli Euganei a più di 30 km dal mio studio. 24 Febbraio 2020: primo caso di contagio a Limena, comune a qualche km dal mio studio.

Ho scelto da subito, ben prima di ogni Decreto, di sospendere tutti i corsi, le conferenze e workshop di crescita personale e allenamento mentale che avevo già calendarizzato in tutto il Nordest. Zone che, all’epoca dei fatti, non presentavano allerta alcuna. Avrei potuto lavorare indisturbata in pace con la mia coscienza perché autorizzata dai Decreti.

Ma quale coscienza?!? Neppure il rigido SUPER-IO freudiano mi avrebbe dato ragione.

Sono una libera professionista proprio come te che magari mi stai leggendo.
Noi, il popolo della partita iva, quello che non si ammala mai, quello senza orari e giorni festivi, quello della gavetta.
Ed è proprio per questo che mi sono chiesta quale fosse il valore più importante per me.

Risposta: la coerenza.

Ho pensato che fosse il momento in cui non è possibile sottovalutare nulla. Non possiamo commettere sbagli inconsapevoli o non.

Una delle citazioni che ricordo più spesso quando parlo alle persone con cui lavoro è:

“La vita non è come dovrebbe essere. La vita è quella che è. E’ come la affronti che fa la differenza”.

Di solito è una frase che colpisce. E’ stata scritta da una Psicoanalista. Certo che poco contano le belle frasi se poi non si è capaci di essere coerenti, quando serve.

Ho deciso, pertanto, di sospendere fin da subito anche tutte le consulenze e i colloqui psicologici one to one per sostituirli con colloqui da remoto.

Il Decreto non vieta neppure oggi. Pure il mio Ordine Professionale non vieta.

Certo potrei senza alcun problema mettere qualche metro di distanza tra la mia poltrona e la poltrona di fronte a me. Potrei anche lavarmi compulsivamente le mani, starnutire nel braccio anziché nell’etere.
Ma non mi sentirei coerente nell’essere una persona che contatta più persone in un momento in cui ognuno di noi deve fare qualcosa per chi è più fragile, per chi è anziano e continua a sentirsi dire che non verrà intubato (proprio una comunicazione giornalistica eccellente ed etica?), per quell’amico immonodepresso che ha già combattuto la sua battaglia, per quel conoscente infermiere o medico che non può mettersi in smart work e per ogni altro ominide.

Il virus è equo: non è interessato alla nostra età, alla nostra posizione sociale, economica, politica e culturale.
E’ suscettibile piuttosto al senso civico.

Mi manca vedere di persona i miei pazienti, mi manca osservare da vicino l’espressione del loro volto, un’emozione che passa attraverso il cuore.

Mi mancano gli atleti e le squadre che seguo come Mental coach. Penso alla loro attuale sfida di non avere obiettivi di gara e possibilità di allenamento. Da un giorno all’altro: OFF. Penso alle ripercussioni fisiche, chimiche e mentali della sospensione improvvisa dell’attività agonistica.
E so che di certo mi inventerò qualcosa per arrivare anche a loro.

Esserci a distanza.

Amo il mio lavoro. L’ho desiderato, costruito e difeso.
La mia scelta come Psicologa libero professionista è di trovare strumenti alternativi, allenandomi a cambiare le mie abitudini. Non ho intenzione di nascondermi dietro il “la mia è una professione sanitaria e posso far fare l’autocertificazione”.

Onestamente… beh… mi sentirei una cogxxona.

Le professioni sanitarie in queste settimane sono in prima linea. Stanno negli ospedali a intubare le persone e a scegliere se intubare te che hai continuato la vita di sempre e un anziano malconcio.

La Psicoterapia non si colloca in uno spazio fisico, ma in uno spazio mentale. Risiede nello spazio di relazione che c’è tra un terapeuta e il suo paziente.

Rimaniamo a casa e restiamo uniti in forme e modi differenti.