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Quando a parlare sono le emozioni

Quando a parlare sono le emozioni

Parlare di emozioni e guidare i giovani a riconoscerle e a “verbalizzarle” anche con i genitori è una bella sfida della mia professione, sia in studio che in conferenza.

Sabato 24 Febbraio 2024 sono stata invitata dal Comune di Villa del Conte a parlare di emozioni a ragazzi under 18 e ai loro genitori.

In questo articolo, invece, scelgo un’emozione che sembra permeare sempre di più la vita dei giovani e dei loro genitori: sto parlando dell’ansia.

Perché si parla sempre di più di ansia giovanile?

Fino a pochi anni fa, l’ansia non faceva parte del linguaggio comune quando si parlava di giovani adolescenti. Oggi, e ancor più post pandemia, è diventata un’onda sempre più presente, che influenza la vita dei ragazzi e coinvolge l’intera famiglia. 

La domanda a cui voglio dare una breve risposta è: genitori e figli possono affrontarla insieme?

Partiamo considerando un fatto ineluttabile: l’ansia si è insinuata nella vita dei giovani, alimentata da una società sempre più competitiva, da modelli di successo irraggiungibili e un’economia in costante cambiamento che, alcune volte, crea insicurezza.

Dall’altra parte, invece, i genitori di oggi fanno di tutto per accontentare i figli: fanno sacrifici per esaudire i loro desideri e per trasformare ogni momento di dis-agio in stato di agio.  Sono quei genitori che la collega Stefania Andreoli chiama “super genitori” nel suo libro “Mamma ho l’ansia”.

In questa dinamica, genitori e figli si proteggono a vicenda in un continuo scambio di ruoli alla pari. Qui i figli sono messi costantemente al centro e l’evitamento del conflitto sembra essere un pattern comportamentale abituale.

Impreparati al conflitto

Questa evoluzione ha creato una generazione di giovani Narcisi: al centro dell’universo dei genitori, ma, forse, non completamente preparati alle sfide del mondo reale.
Il genitore agisce per il bene del figlio senza rendersi conto che così facendo soffoca, riempie, impedisce e interrompe un percorso che ha bisogno di spazio e libertà. 

I ragazzi di oggi, che apparentemente hanno e hanno avuto tutto, sembrano essere “ignoranti” (cioè ignorano) e impreparati in fatto di conflitto. Questo accade perché i genitori hanno sempre fatto da scudo, evitandogli, per il loro bene, ogni tipo di scontro e disagio. Hanno scelto, sempre e costantemente, la via del dialogo.

L’ansia che spesso si manifesta nei giovani, pertanto, è legata all’insicurezza, al non sapere cosa vuol dire conflitto, a non conoscere le condizioni né le conseguenze di uno “strappo”.

I giovani di oggi, infatti, sono al centro dell’Universo dei genitori e per questo, troppo spesso, finiscono per pensare di esserlo anche nel mondo reale. 

Di chi è la responsabilità?

La respons-abilità di questo “slittamento” dipende dagli stessi genitori: sono i primi a sentirsi in colpa per aver dato, ad esempio, la precedenza alla carriera o a se stessi. Sono i primi a dichiarare di aver bisogno dei figli, e, in qualche modo, hanno bisogno di confermare le loro capacità di genitori e dare senso agli sforzi fatti. Poiché questi genitori sentono di essere in debito con i propri figli, si aspettano che loro siano felici e di successo. I loro sacrifici, in qualità di genitori, inconsciamente vengono percepiti come qualcosa che non deve andare sprecato.

Naturalmente questi sono passaggi volutamente semplificati e generalizzati. Hanno lo scopo di farci riflettere ed eventualmente prendere consapevolezza di alcune respons-abilità e aree di miglioramento.
Non si tratta di colpevolizzare i genitori perché sono convinta che sia il mestiere più difficile al mondo, che nessuno nasce “imparato” e che non esiste il manuale di istruzioni.
Sono anche convinta che noi adulti possiamo aumentare il nostro livello di respons-abilità. Possiamo aumentare la nostra capacità di trovare risposte strategiche quando ci facciamo domande strategiche per affrontare un problema.
Mi sento però sufficientemente tranquilla a scrivere ciò che sto scrivendo, vista la statistica ridondante che mi trovo a gestire nella mia professione e in studio, quando incontro sia i genitori che i figli.

Queste tematiche sono alcune delle ragioni principali scatenanti l’ansia crescente nei giovani.
Sono cresciuti come centro di tutto con i genitori a fare da scudo anche quando dovrebbero da soli imparare a gestirsi. Spesso sono ragazzi in balia di se stessi perché nessuno ha fatto sentir loro che il fallimento esiste. Capita sempre prima o poi e non è un dramma.
Nessuno ha detto loro che l’ansia e i pensieri paurosi accadono. C’è da imparare ad ascoltarli perché hanno qualcosa da dirci. Quando si cade c’è da imparare a stare lì perché l’impotenza e la vergogna sono importanti alleati. Basta poi rialzarsi come fanno tutti quelli che vogliono imparare qualcosa.

Alcuni giovani invece sono incapaci di manifestare le emozioni, e di stare entro limiti definiti perché totalmente liberi di agire. E’ qui che si scoprono inermi di fronte alle difficoltà.

L’ansia cresce perché questi ragazzi non conoscono il significato della parola fallimento e ne temono gli effetti prima ancora di sperimentarlo.
L’ansia si manifesta nel momento di passare all’azione e i ragazzi si bloccano.
Sono stati formati, cresciuti, nutriti per vincere. Come conseguenza non contemplano la possibilità di perdere e provano una vergogna inconsapevole nel mostrarsi fragili.
Spesso non vogliono deludere quei genitori che li adulano, che li hanno messi al centro del mondo. Questi giovani narcisi avvertono uno scarto enorme tra il mondo idealizzato e protetto dei genitori e quello reale dove devono “fare”, dove devono decidere.

Le emozioni parlano, tutte!!

È qui che dobbiamo prendere atto che tutte le emozioni, positive e negative, meritano di essere vissute e comprese. Le emozioni parlano e l’ansia non fa eccezione. Se gestita correttamente, può essere un segnale positivo. 

L’ansia rientra nella normalità delle reazioni emotive e non necessariamente diventa patologica.
Di per sé l’ansia ha una funzione positiva perché ci mette in allerta in situazioni rischiose e quindi ci salva.
Equivale ad un segnale di allarme perché innesca una serie di sensazioni di disagio che avvertono che qualcosa non va o potrebbe non andare.
C’è, pertanto, un’ansia fisiologica assolutamente normale. C’è poi un’ansia patologica e infine un’ansia che sfocia in attacchi di panico. Le ultime due esprimono un blackout, un interruzione di un processo a livello emotivo, come potrebbe essere il sintomo di qualcosa che non è stato identificato e quindi affrontato nel modo giusto. 

Ci sono emozioni positive e negative, ma tutte hanno diritto allo stesso spazio e alla stessa considerazione. Così come ci sono emozioni innate quali la paura, la gioia, la tristezza, la rabbia e il disgusto, presenti sin dalla nascita. Ce ne sono altre che subentrano con il tempo e sono ad esempio la vergogna, il senso di colpa, l’orgoglio, l’imbarazzo.

Sono tutte importanti e soprattutto sono tutte emozioni sane: da attraversare per essere conosciute e superate. 

Il ruolo del genitore

Il ruolo del genitore dovrebbe essere quello di accompagnare nel processo di alfabetizzazione emotiva, per allenare i figli a riconoscere le emozioni dentro di sé nella libertà di poterle esprimere.

Una formula valida per tutti i genitori e figli non esiste, perché non esiste una verità altrettanto valida per tutti. 

Uno degli errori più frequenti, infatti, che un genitore fa, seppur in buona fede, è cercare di tranquillizzare il figlio o la figlia dicendo frasi come “non ti preoccupare, non è niente, ora passa”. 

Dire ad una persona che sta male una frase di questo tipo aggiunge ansia a quella già presente.
Frasi come “stai tranquillo”, “ci devi mettere solo un pò di buona volontà” o “vedrai che come l’ansia è venuta, passerà” sono frasi non utili e, anziché sortire l’effetto sperato, sostengono nel giovane il senso di impotenza originario. Confermano, infatti, la sensazione di non essere capiti e fa cristallizzare l’adolescente in una condizione di maggiore chiusura. 

La riflessione che voglio portare ai genitori in difficoltà con i propri figli è di non minimizzare, di non spronare e non pensare che l’ansia passi da sola.
Al contempo, ricordo che non sono soli o i soli ad affrontare questi momenti. Lo dico perché noto come già rendersi conto di questo, durante un colloquio con me o con qualunque professionista che si occupa della salute emotiva, aiuta a relativizzare la complessità del momento.

L’unica cosa che vale sempre la pena fare è “stare”. Stare in connessione emotiva con i propri figli senza pretendere di dare una soluzione. Aspettare che quel figlio/a scenda e attraversi l’ansia per trovare le parole, per sentire l’ansia senza vergogna.
L’ansia chiede solo di essere ascoltata, compresa, trasformata e superata. 

Chiudo questo articolo con questa citazione:

“Se c’è un vantaggio nell’incontrare spesso e volentieri tutte le nostre emozioni è quello di constatarne la loro giustezza e bontà: se ciò che pensiamo è infatti criticabile, ciò che proviamo invece ci fa avere sempre ragione.”

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